Nothing Lasts Forever: Recensione

Posted by xfilesbluebookfanclub On Marzo 29, 2018 12 COMMENTS

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Nothing Lasts Forever, l’ultimo Motw della season 11, e, probabilmente, l’ultimo della serie così come la conosciamo, completa l’arco autoriale degli esordienti e delle quote rosa, confermando, ineluttabilmente, la scadente qualità della seconda metà di stagione.

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Abbandonati tecnologia e soprannaturale, il Team Baby-Boys&Girls, stavolta nella persona di Karen Nielsen, si concentra sulla scienza, quella eticamente riprovevole, quale mezzo per assurgere alla meta della vita eterna, o perlomeno della vita più lunga possibile, tema già affrontato in This, seppur su presupposti diversi, e ancor prima, in modo più analogo, dal film I Want to Believe. Lo strumento utilizzato per veicolare il messaggio stavolta è la commistione di due sottogeneri Horror: il Gore, rappresentazione del raccapriccio e del disgusto in chiave orrorifica e il Grottesco, prospettiva innaturale, paradossale che punta alla ridicolizzazione del racconto rendendolo eccessivo, stravagante. Ed è proprio la scelta di mitigare la paura attraverso il filtro ironico a rendere banale, noioso l’intero episodio. La crudezza delle violazioni del corpo e il cannibalismo sembrano gratuiti piuttosto che inseriti perfettamente in un quadro narrativo che miri a spaventare lo spettatore dall’inizio alla fine. Eppure gli ingredienti c’erano tutti: setta, macabri omicidi, religione. Purtroppo la chef di turno ha pensato bene di usare lo zucchero al posto del sale, dolcificando l’orrore, rendendolo burlesco, farsesco.

Più che un MOTW horror ci è stata propinata una dark sit-com.

La scelta di proporre come personaggio centrale, l’ottuagenaria bizzarra, vispa, un po’ ochetta, ex attrice Barbara Beaumont, dall’aspetto gradevolmente giovanile, reso tale da un frullato sostanzioso di organi interni (slurp), e non, ad esempio, una versione femminile  di Donnie Pfaster, malvagia ed inquietante,  dimostra per l’ennesima volta, l’incapacità delle nuove leve X-Filiane di spaventare. La scena in cui Barbara canta col Karaoke rientra fra i momenti più Trash della storia di X-Files. 

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La paura è una cosa seria.

Come se non bastasse, la giovane entusiasta autrice, quota rosa, decide di infilarci una caricatura di una superoina presa in prestito dal Team Arrow o dalla Justice League of America.  La giovincella, sorella di una delle vittime plagiate dalla setta, si veste di nero, e complice l’oscurità della notte, armata di una spranga, impaletta i peccatori e nel nome di Dio dà loro l’estrema unzione. Complessivamente ne esce fuori una storia che sembra scritta da un nerd teenanger appassionato di fumetti della DC Comic.

E così di X-Files non ci restano che Mulder e Scully.

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Sono proprio i dialoghi scritti per i due agenti che danno un senso alla visione di oltre 40 minuti di un dimenticabile episodio, qualità garantita dalla mano degli autori storici Wong, Morgan e Carter che ci regalano materiale valido per gif, fanvideo e fanfic per i prossimi dieci anni.

Lo scambio di battute fra Fox e Dana sulla scena del delitto, sebbene divertente, calca forse troppo la mano sullo scorrere del tempo. Ok. Lo abbiamo capito che tutti noi invecchiamo, Mulder e Scully compresi. Ribadirlo 1750 volte a puntata alla fine rende tutto stucchevole, tedioso. Se ci fosse Massimo Troisi direbbe…

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Di grande qualità ed emotivamente significative, invece, le scene ambientate in Chiesa che ci restituiscono i nuovi Mulder e Scully, quelli che abbiamo imparato a conoscere in questa undicesima stagione, maturi, saggi, spinti da priorità diverse rispetto a quelle giovanili, non più a caccia dell’oscurità, ma della luce rassicurante del focolare familiare, non più istintivi, ma serafici. La fede riveduta e corretta dalla scienziata, ma soprattutto dalla persona Scully si confronta sino a fondersi con il pragmatismo ateo e con l’antropocentrismo di Mulder. Il destino non è più scritto dalla mano divina, ma prodotto dalle nostre scelte: “Credo che quello che abbiamo avuto sia il frutto delle scelte che abbiamo fatto“, concetto non dissimile da quello affrontato dai due nel finale dell’episodio “All Things”.

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E’ nella scena finale che la relazione complicata fra Fox e Dana giunge al Redde Rationem. I silenzi parlanti sono sostituiti da ammissioni di colpe ed assoluzioni (del resto siamo pur sempre in Chiesa), ma soprattutto dall’impegno per il futuro, un futuro da vivere insieme, senza più dubbi o questioni irrisolte. Non pare uscirne alla grande Scully dal confronto col suo partner, nel momento in cui ammette ciò che durante la decima stagione avevamo intuito, negato e poi criticato, la fuga volontaria dal suo rapporto con Mulder. La depressione non pareva essere un motivo valido per la separazione dei due, o comunque non sembrava potesse essere l’unica causa. Si avvertiva la sensazione che qualcuno dei due avesse smesso di credere in “loro”.

Scully giudica se stessa una cattiva madre e una cattiva compagna e alla luce di quanto abbiamo visto in questi anni non pare lontana dalla verità, sebbene convivere con l’ossessione di Mulder farebbe vacillare la più granitica forza di volontà. Lo sa bene anche Mulder che tenta di alleggerire il fardello delle responsabilità di Scully caricandolo sulle proprie spalle quando quasi tenta di scusarsi di averle impedito di vivere una vita normale. E la incalza successivamente, in modo perentorio, quando le chiede quali siano le sue intenzioni La risposta sussurrata, quell’atto di fede da compiersi in due sembra una solenne celebrazione della loro unione, un matrimonio di idee, di volontà, di destino.

L’ultima scena ci accompagna per la prima volta nella dimensione verbale più intima fra Mulder e Scully e quasi ci sentiamo a disagio nell’accedervi, non essendo mai stati abituati a parole e gesti troppo espliciti. I silenzi, gli sguardi, le mezze frasi, l’incontro di mani, i baci “alla frontese” erano i soli elementi visibili del processo di comunicazione fra i due a cui avevamo avuto sinora accesso, al punto che il tocco di labbra sembrava esplicito quanto un nudo integrale, e quel “… è la cosa che mi ha fatto innamorare di te” detto da Scully a Mulder in IWTB, pareva così inverosimile da pensare a un errore del doppiaggio.

In Nothing Lasts Forever Fox e Dana riaprono e chiudono positivamente, il più grande X-File mai affrontato: la loro relazione.

Era ora.

 

 

 

 

12 Responses so far.

  1. sergio ha detto:

    Episodio complesso, che da un lato mi è piaciuto un sacco e dall’altro conferma quanto si sia ripetuto, come una costante, in questi ultimi 15 episodi ( contando la season 10 e questa..): la quasi continua incapacità di contenere in 45 una mole di fatti, personaggi e concetti che arrivano a strozzare scelte e sceneggiature migliori. Non parlo solo della mitologia, come purtroppo si vedrà nel finale, ma anche in episodi potenzialmente ottimi come questo, che vedono però scelte narrative troppo spesso sbrigative e fini a se stesse. Anche in questo episodio, infatti, ci sono personaggi sacrificati ad uno svolgersi quasi schizofrenico della puntata, e ciò ne svilisce il senso e la forza. Barbara Beaumont, ad esempio, mi è piaciuta in tutta la sua follia quasi alla Gloria Swanson e certe scene sono un elogio forte e voluto alla pazzia più pericolosa e assoluta, ma la sua fine è stata troppo rapida, precipitosa e fuori assetto nell’episodio ed avrebbe meritato una soluzione migliore. Quoto sull’inutilità della ragazza vendicatrice, che mi è parsa una strizzata d’occhio ai videogames e alle eroine attuali, assolutamente fuori contesto in tutto l’ep. e che non ha trasmesso alcuna empatia. Meglio la sorella deforme, e in generale tutta la vicenda dei siamesi forzati, mi ha trasmesso inquietudine. Le battute fra Mulder e Scully sono molto forti, sebbene abbia perso qlc a livello di traduzione e configurano la forza e la durata del loro rapporto anche di fronte alle scelte drammatiche delle loro esistenze.
    Le scene gore sono molto forti e davvero potenti per un ep. comunque trasmesso in prima serata in USA. Cosa manca dunque perché si possa parlare di capolavoro ? I difetti, come ho detto prima, per me sono nel ritmo, troppo schizofrenico e che impedisce l’approfondimento di personaggi come il professore, o della stessa Barbara che appaiono come mere comparse nel dipanarsi dell’episodio. Anche la vendicatrice, sensuale e spietata, ha poco spazio e cattura poco. Un peccato.
    Ma del resto il peggio deve ancora compiersi.

    Voto 8. Splatteroso.

  2. sergio ha detto:

    Ah…piccola aggiunta. La setta di cannibali dediti ad un’orgia di carne sensuale, calda, pulsante e attraente e disgustosa al tempo stesso, è cosa forte ed inquietante. Peccato che, come molte altre cose, si risolva in 5 minuti scarsi, senza andare oltre ed aver passato e futuro.
    Piuttosto banalotto il metodo usato per scoprire la destinazione degli organi ma si poteva soprassedere se il resto fosse stato incastrato meglio.
    Cmq stagione ottima ed interessante nel suo complesso.
    Certo migliore della precedente, anche a livello recitativo.

  3. Rita ha detto:

    Tutto sommato, interessante vicenda esposta su diversi piani di narrazione; anche stavolta (come nel secondo capolavoro – a mio avviso – di Plus One) sembra quasi che il case file (un po’ deboluccio, a voler proprio essere ipercritici, e non si tratta nemmeno di un X-File) sia un pretesto per far emergere ancora uno spaccato del riavvicinamento tra Dana e Fox, un siparietto splatter tra il vero fulcro della storia, e cioè le riflessioni personali di Mulder & Scully sul tempo presente, passato e futuro. Un pretesto per condurci al riavvicinamento, stavolta emotivo, dei due. La sceneggiatura seria ed intensa, scritta dall’ottima Karen Nielsen, ha dato adito al sospetto che dietro al suo nome ci fosse lo zampino di Carter, ma a parer mio sono solo speculazioni; questa sceneggiatura, con ottimi dialoghi tra Dana e Fox e ben centrata soprattutto nella seconda parte, sta a dimostrare che le “quote rosa” possono creare anche qualcosa che si distacca dalla visione della vita stile Cosmopolitan. La Nielsen propone diversi argomenti: la tag line recita “voglio essere bella”, il titolo ci ricorda che “Niente dura per sempre”, si toccano temi quali la vecchiaia, gli anni che passano per tutti, acciacchi incombenti, scelte di campo e, soprattutto, un aspetto della nostra vita che, ultimamente, sembra esser diventato orpello inutile e fastidioso sul cammino del progressismo un tanto al chilo, un mostro, un fantasma che si aggira tra noi: mi riferisco alla Responsabilità.
    IL CASE FILE
    L’ottima regia di Wong, coadiuvato dal sempre efficace direttore di fotografia Wrobleski, modernizza l’apertura di episodio, proponendoci un taglio sbieco delle inquadrature stile graphic novel, con l’eroina vendicatrice ritratta come da clichè fumettistico (cappuccio in testa, zaino in spalla, lance appuntite) in missione per conto di Dio, quasi messianica nella sua missione salvatrice. A ben guardare, effettivamente, viene da chiedersi se non avrebbe potuto allertare le forze dell’Ordine invece di far tutto da sola, ma evidentemente, disillusa, s’è fatta carico di una missione divina, e addirittura agisce citando il Deuteronomio. Vien da chiedersi anche come abbia fatto a divellere le tre sbarre dalla cancellata della chiesa senza far chiasso… ma evidentemente le strade del Signore sono infinite e costellate di flex silenziate a batteria. L’interazione tra Dana e Fox (o tra David e Gillian, tanto è uguale) è perfetta fin dalle prime battute del loro ingresso in scena: l’intesa ormai è, dopo un rodaggio di 25 anni, epidermica. Si comprendono a volo, si leggono dentro, si tengono bordone, non hanno quasi bisogno di parlarsi, basta uno sguardo per intendersi e prendere per i fondelli i pivellini, tanto che lo scambio verbale sulla prima scena del delitto è talmente delizioso che avrei voluto durasse ancora per gustarmi qualche battuta spiritosa in più; Mulder, con quegli occhiali poi, è strepitosamente sexy; il passo successivo al pensionamento, sarà vederlo in cappotto di cammello e Wall Street Journal in mano a discutere amabilmente di fondi d’investimento… Gotta permettendo. C’è qualche sbavatura nel montaggio sequenziale delle scene, ma non stiamo a fare i pignoli, su…
    SUNSET BOULEVARD
    Nonostante la messa in scena non così pedestre e la sceneggiatura tutto sommato accettabile, il case file presenta numerose pecche; non si perde occasione per buttare là un cenno alla mafia russa, il Bratski Krug (nella versione originale pronunciato correttamente, storpiato dal doppiaggio italiano) come se non esistessero altre organizzazioni malavitose negli USA, il che ormai comincia a dare un po’ sui nervi; la descrizione della comune orgiastico/cannibalistica – al di là di qualche scena splatter poco efficace – purtroppo non ha la forza e la convinzione per sorprendere davvero. Barbara sembra una trentenne ma in realtà è una vecchia cotica di 85 anni persa nel suo delirio da diva oca e decaduta, un misto tra la Gloria Swanson di Viale del Tramonto e la versione più perniciosamente garrula di Doris Day, che tenta disperatamente di allontanare lo spettro della vecchiaia nutrendosi di frullati di fegato rigenerante, sperando in un ritorno in grande stile sul palcoscenico Netflix (aggiornatissima, la vecchia, anvedi!); nota di merito, invece, alla sceneggiatrice perché è riuscita a conferire alla patetica Barbara l’esatta connotazione di una diva anni ’60, non solo per quanto riguarda il trucco e parrucco, ma addirittura nella postura e nei dialoghi, dove l’aspetto estetico ed i crucci da femme fatale la facevano da padrona all’epoca; la scena dove lei canta, illuminata dall’occhio di bue, poteva essere un pochino più truculenta e schiacciare a fondo sul pedale del delirio grottesco, affondando i denti (tanto per restare in argomento) nella barbarie grandguignolesca, mentre invece ci si limita ad un massacro all’acqua di rose e, purtroppo, si raggiungono picchi di comicità involontaria, col ragazzo che preferisce far seppuku piuttosto che sentirla cantare… Un vero peccato, perché le premesse per scioccare ci sono tutte. Quello che mi ha scioccato, perché mi tocca personalmente, è il discorso sulla parabiosi (o parabiosisi), che è lo stesso sistema antiage che ho citato nella fanfic creata con Anasilv “Linea di sangue”, cioè l’anti-invecchiamento usando sangue (oppure sangue ed organi) dei giovani e giovanissimi; Carter, Nielsen e Fox tutta, siete fortunati perché non sono in grado di arruolare legioni di agguerritissimi avvocati americani ma, se potessi, nulla mi fermerebbe dal citarvi per furto di idea e farvi un… fegato così. Altra pecca, incomprensibile ed imperdonabile, è vedere con che flemma Mulder va alla ricerca di una Scully dispersa nella tromba del montacarichi. Vabbè che con l’età si diventa tutti più ponderati e riflessivi, ma vivaddio… questa proprio no! Il finale di sequenza, invece, al di là di questo scivolone di sceneggiatura, si riscatta con la figura atipica di Juliet che salva Olivia dalla morte, sacrificando sé stessa, la sua libertà, la sua vita, per liberare la sorella da un destino già segnato. Affronta un futuro terribile che si è scritta da sola, la prigione, forse l’ergastolo, ma ben consapevole della sua scelta: ognuno di noi nella vita è chiamato a compiere delle scelte importanti, Juliet sceglie di farsi vendicatrice per amore della sorella, Mulder sceglie di credere ancora nell’amore per la sua Scully. Juliet ha scelto, dimostrando un coraggio immenso, una kamikaze per amore del suo stesso sangue. Si accolla la responsabilità, vero mostro dei nostri tempi, il peso di tutte quelle morti causate per mano sua solamente per salvare Olivia, lasciandosi travolgere dal furore giovanile che non guarda in faccia a nessuno, diventando un’assassina e condannando quindi sè stessa alle fiamme dell’inferno (e del carcere a vita), dimostrandosi enormemente adulta e ben consapevole del destino che si è scelta, ma se il destino è conquistarsi il Paradiso restituendo Olivia all’amore della mamma, allora il gioco vale davvero la candela.
    SANTA ROMANA ECCLESIAE
    Le scene nelle chiese sono davvero suggestive, attente e delicate, di grande sensibilità e rispetto; forse qui, più che in altri episodi (penso ad Emily, oppure ad All Souls) l’ambito cattolico, nonostante la demonizzazione e l’ostracismo di cui è oggetto negli States, è stato trattato con profonda educazione. L’illuminazione è calda e morbida, il taglio delle inquadrature è semplicemente perfetto, al contrario di altri show, dove il sacro ambito viene dissacrato al limite della bestemmia, segno di una considerazione della Fede altrui che sconfina nel dileggio se non nel vero e proprio disprezzo (ogni riferimento a Californication è puramente casuale). I dialoghi proposti tra i due in questi segmenti sono intensi, intelligenti e ben curati, dove scopriamo frammenti tenerissimi del passato di ambedue e dove noi, spettatori davvero in religioso silenzio, fungiamo da vero e proprio confessionale. Dana e Fox parlano di loro due, ma è a noi che in realtà si rivolgono. Non vorrei esagerare, ma credo che mai come in questa stagione li abbiamo sentiti così empaticamente vicini a noi, emotivamente coinvolti nelle loro scelte, palpitanti coi loro cuori. Dana vorrebbe un po’ della forza che ha il suo compagno di vita, che non perde mai il suo nord. Il nord di Mulder si chiama Scully, cara Dana… vi fate da ago della bussola reciproco, ogni qual volta uno si perde l’altro lo riporta sul corretto meridiano, lo si è visto nel passato. Forse ultimante l’ago si era un po’ smagnetizzato, ma a tutto c’è rimedio. Concordo anch’io che il discorso di Fox sulla scelta giusta ricalca un po’ le riflessioni già espresse in All Things. La vita è una continua scelta. La scelta di Juliet di sacrificarsi; e venticinque anni fa la scelta di Mulder (credere in Scully), la scelta di Scully (piantare il corteggiatore al ristorante per scegliere di indagare con lo Spettrale).
    LIGHT YOUR FIRE… E AMEN.
    La terza ed ultima scena in chiesa, nuovamente a Washington, è poesia pura condensata in 3 minuti e 53 secondi, tanto dura questo gioiellino fino alla fine. Il dialogo finale è tra i migliori mai sentiti, da colpo al cuore, struggente nella messa in scena, nella mimica dei due, nel taglio fotografico, sembra quasi un compendio di tante fanfiction messo in scena ma, caspita, che scena… sono talmente bravi che con quest’ultima sequenza si sono meritati pienamente non solo la nomination ai Saturn Award (miglior serie sci-fi e Gillian quale miglior attrice) ma qua urge d’imperio la nomination ai Golden Globe, anzi, dategli il premio così, d’ufficio, senza se e senza ma, quale riconoscimento alla straordinaria carriera, ed alla straordinaria bravura di loro due, capacissimi di emozionarci ancora a distanza di 25 anni. E trovatemi qualcuno capace di fare altrettanto! David condensa tutto il suo amore in una recitazione delicatissima, sussurrata ed al tempo stesso precisa, sfoggiando un campionario di micro espressioni del volto che sembrano la summa di tutta la sua maturità artistica, umana e professionale; questa scena mi ha davvero colto con il groppo in gola, gli occhi lucidi, lo stomaco stretto ed una gratitudine infinita verso quest’uomo che davvero merita di essere sepolto di baci. Credo davvero che nemmeno quando aveva fatto la “dichiarazione” d’amore in Biogenesis, era stato così bravo. L’età aiuta tanto, il mestiere pure, ma qui si sconfina, qui David è DAVVERO Fox Mulder; dal canto suo, Gillian lascia che tutto il fardello della recitazione venga preso in carico dal suo sopracciglio destro, dettaglio anatomico capace di comunicarci tutte le sue paure, le incognite per il futuro, il riconoscere di aver compiuto i due più colossali sbagli della sua vita; non serve sbattersi più di tanto per confessare colpe, pentimenti, dolore, amore eterno ed infinito, voglia di ricominciare, non servono parole e gesti teatrali. L’alchimia di Mulder e Scully (e tra David e Gillian) si è sempre basata anche sul costante gioco di sguardi, i loro occhi sono stati per noi la Bibbia dei sentimenti, dell’onestà, dell’amore e del rispetto l’uno per l’altra, ed anche in questo episodio, come in Plus One, dobbiamo ammettere che è estremamente difficile distinguere dove finiscono Mulder&Scully e dove cominciano David&Gillian. Il vero miracolo l’ha fatto Carter, mettendo assieme queste due persone che all’epoca (1993) non credevamo (forse) con sufficiente convinzione che potessero crescere e diventare gli straordinari protagonisti che vediamo oggi, 2018 (a pensarci, dà le vertigini). Come dimenticare lo sguardo d’intesa e complicità che i due futuri piccioncini si sono scambiati seduti in macchina nel secondo caso che li ha visti impegnati assieme, cioè Il Prototipo? Con questa sequenza, hanno dato prova che dentro non c’è solamente tanto mestiere ed esperienza attoriale, ma una profonda e sincera amicizia che fa da collante, e tutto ciò traspare in queste poche battute, in un’inquadratura povera di elementi scenici, ma quei pochi che sono presenti (le candeline, lo sfondo delle arcate e delle vetrate) sono talmente significativi e funzionali ad incorniciare l’intensissimo momento, che davvero non occorre altro per creare quell’atmosfera di calore dei sentimenti, vero calore umano, del fuoco della passione che non sempre è un incendio che divampa, ma può anche essere un tappeto fatto di tante piccole fiammelle ardenti. E per favore, dopo il sopracciglio di Gillian, conferite una menzione speciale anche al pomo d’Adamo di David, protagonista assoluto di questa stagione mozzafiato! Tutto l’episodio sembra una metafora dell’intera avventura X-F ed il case file solamente un pretesto: niente dura per sempre, nemmeno XF. Durante il primo sopralluogo, Mulder si chiede perchè fanno ancora quella vita, rendendosi conto che anche la sopraggiunta presbiopia (vera e metaforica) comincia ad essere un ostacolo. Lei sembra averci riflettuto su, nella scena finale. Forse è arrivato davvero il momento di mollare. Ci hanno provato, ma si sono resi conto che non sono eterni. Eccolo il salto nel buio, lo penso anch’io che si riferisca al “pensionamento”. L’addio definitivo ad un passato per intraprendere un nuovo cammino assieme. Il salto nel buio, la scelta cieca sarà la loro vita di coppia senza mostri, oscurità. Ce la faranno? Tutto sembra supporre di sì, perchè stavolta ne sono convinti ambedue. I sensi di colpa, davanti a quelle candeline, sono stati esposti, confessati, superati. In MS3, Mulder veglia Scully incosciente in ospedale, riflettendo (i rimandi a Redux sono inevitabili) sul fatto che è causa sua se lei è in queste condizioni. Ne vale davvero la pena sbattersi ancora così? Nel corso del loro nuovo cammino parallelo spunta William, dove scoprono che è vivo, sta bene, è incasinato, ma sembra cavarsela. Possono guardare al futuro con più sollievo. Ora questo caso, che li pesca in un momento di riflessione. E’ arrivato il momento di tirare le somme.
    RIACCENDERO’ LA TUA CANDELA, riaccenderò il tuo fuoco perché arda con me, sempre. Molti si sono chiesti perché Scully parla così, perché pone quella domanda capitale (“Noi stiamo insieme?”) trasformando il povero Mulder in un cane bastonato. Perché lo fa? Perchè ha il terrore di sbagliare ancora. Ha fatto le due più grandi castronerie (vabbè, il termine corretto è più triviale, ma un minimo di signorilità, su..) della sua vita, lasciare il bambino (ma non poteva far altro, diamole atto) e lasciare lui (grande, grandissima idiozia), e se ne è pentita, eccome, e per tutta la serie è ritornata a girargli intorno con la coda tra le gambe, ecco perchè parla così; “stiamo insieme?” chiede a lui, ma è a lei stessa che lo chiede, perchè ha il terror panico di rovinare nuovamente tutto e qui davvero la sceneggiatrice è stata perfetta, perché per 25 anni ci hanno fatto vedere una Dana Scully immacolata, impavida, decisa, solida… e poi scopriamo che, nel mezzo del cammin della sua esistenza, ha tradito sé stessa e tutte le sue convinzioni. E’ scappata. Non ha retto al peso dei rimorsi, dell’assenza del figlio… degli sguardi di lui. E se Fox, ora, nel 2017-18, si accontenta di starle sempre accanto, di averla comunque vicino anche se non vivono assieme, di essere presente e tutt’orecchi, lei invece vuole di più, vuole riprovarci. La domanda lo fa rimaner un po’ male, ma è giusta e pertinente, perché stare insieme non è solo questo, è condividere ogni singolo attimo, ogni singolo respiro della propria esistenza con l’altro. Questo è il salto nel buio, ed ecco il coraggio che salta fuori. Questo è il vero coraggio, non sparare agli alieni o affrontare cospirazioni, che vuoi che siano… Armonia tra ragione e fede, cioè il fulcro del successo di X-Files, il connubio perfetto di questi due elementi. Ma arriva il momento che forse bisogna chiuder baracca. Stiamo invecchiando. Siamo un pò stanchi. Abbiamo bisogno di ritrovarci, di stare assieme, di amarci senza più il peso del lavoro, di William che è vivo, sta bene… Se lo meritano. Niente dura per sempre… seee, come no… ed invece sì! Fox Mulder&Dana Scullly, X-Files, dureranno per sempre e non conosceranno, nei nostri cuori, mai il sunset boulevard. Il loro amore è eterno. E lasciateci sognare, perdio! Colpaccio ad effetto finale, il mistero di che cosa mai avrà sussurrato Dana all’orecchio di Fox. Propongo un’ipotesi: “Dammi la scrivania o ti lascio per Skinner”. Ma, più prosaicamente, a giudicare dalla faccia da cencio mal spremuto che fa David, io direi che Gillian gli ha confidato questo: “Psst… ehi, David… col piffero che faccio la 12^ stagione!”.
    Nonostante non sia stato eccelso, sono convinta che questo episodio acquisterà valore nel tempo. E su queste basi, noi, forti nell’animo come lo sono loro due, possiamo guardare a MS4 con più fiducia.

    • xfilesbluebookfanclub ha detto:

      Concordo sull’analisi su Mulder e Scully, perfettamente trattata. Credo che le emozioni che soprattutto la scena finale ti ha provocato, ti abbiano forse portata ad enfatizzare la qualità dell’episodio e dello script che a parer mio non meritano tutta l’attenzione che hai dato e soprattutto le belle parole scelte ed usate con grazia e cura. Ma magari sbaglio. Ritengo NLF fra i peggiori episodi della storia di X-Files, e se ci troviamo a salvare una puntata grazie alla pur bellissima scena finale, allora vuol dire che siamo davvero alla frutta. Una puntata è ottima quando abbina un buon case-file a una buona rappresentazione dei personaggi principali. Se uno dei due manca, manca lo spirito di X-Files stesso. Altra riflessione che deriva da un’osservazione esterna dei gusti dei fans. Ho notato che coloro che hanno apprezzato, definendoli quasi capolavori, l’ep dell’intelligenza artificiale robotica e questo (che per me invece sono imbarazzanti) non hanno amato né Ghouli né MS3 e MS4. E viceversa. O il senso del gusto nel 2018 si fonda su parametri diversi e io sono all’antica oppure X-Files non ci piace più come ci piaceva negli anni 90 perchè siamo cambiati. Perdonate il mio essere caustico, sarà che è tardi ed ho sonno.

      • Rita ha detto:

        🙂 Sono parzialmente d’accordo con le ultime tue affermazioni: appunto, questo non è un X-File e già qui l’impianto è zoppicante, ma se lo consideriamo solo un pretesto per introdurre il “redde rationem” tra i due, allora lo accetto per così com’è. Forse siamo stati troppo ben abituati fino a Ghouli e quindi, dopo le mediocrità che si sono susseguite, attendevamo il riscatto ed il colpo d’ala, che però non si sono verificati. Il case file propone delle tematiche profonde che, secondo il mio parere, avrebbero potuto essere messe in ombra se il gore e lo splatter fossero stati portati a livelli eccelsi, per questo insisto che la storia è solamente un pretesto, un contorno per portarci là dove parecchi di noi volevano arrivare, e cioè alle tenere ed intime confidenze dei due che, come giustamente osservavi tu nella recensione, inducono perfino un senso di disagio (positivo) per chi fa del pudore dei sentimenti un cardine della propria esistenza. Se prendiamo questo episodio nella sua interezza, a parità di minutaggio, considererei più imbarazzante Kitten (non parlo di AI perchè con la mia stroncatura ritengo di aver già detto tutto), salvando solamente le sequenze relative ai marginali M&S ed al mio roccioso Skinner. Per quanto mi riguarda, MS3 e Ghouli li ho apprezzati tantissimo pur con i dovuti distinguo (non mi esprimo ancora su MS4), ma riguardo al fatto che siamo cambiati dagli anni ’90 su questo non ci piove e, aggiungo sommessamente, meno male. Ma, più che in fatto di gusti, credo che con l’età siamo diventati molto, molto più esigenti rispetto al passato, e pretendiamo script di altissima qualità. La verità, purtroppo, è che da almeno un decennio la mediocrità (in qualsiasi campo) è stata elevata a norma e stile di vita, e siamo costretti a subire un appiattimento verso il basso che contagia tutto ed al quale non si è sottratto nemmeno X-F. Tutto dipende da che cosa uno cerca ancora in X-F; sopratutto emozioni, ma anche perfezione di messa in scena, plausibilità delle storie, inquietudine nei finali, ma credo che questo sia un discorso da fare a stagione conclusa, e cioè dopo aver visto anche MS4 in TV ed esseri giunti al punto di tirare le somme e fare un bilancio complessivo, non solamente del Revival e del Revival parte 2, ma di tutto lo show che, indiscutibilmente, ci appassiona da 25 anni. Ah, e visto ormai siamo al venerdì Santo… Buona Pasqua a tutti!! 🙂

        • xfilesbluebookfanclub ha detto:

          Il case file non può e non deve essere mai un pretesto. Non c’è alcuna connessione tematica fra il caso e l’ultima scena, e se la troviamo è perché ne estendiamo l’accezione per convenienza. Non mi sembra che tutti siamo cresciuti, siamo esigenti e pretendiamo il massimo della qualità da XF se poi si definiscono capolavori gli episodi da me citati. C’è qualcosa che non quadra. Auguri.

          • Rita ha detto:

            Ma infatti, per me i capolavori restano solamente This e Plus One! Non posso definire tale Ghouli che mi è piaciuto tutto meno la caratterizzazione di William (MS3 e 4 li lascio fuori in quanto mitologia), e per il resto stendiamo un pietoso velo. Ognuno è cresciuto e maturato a suo modo, chi più chi meno, ma vedo di comprendere anche chi si è divertito con A.I… Rinnovo gli auguri.

  4. Elisa ha detto:

    Rita! I LOVE YOU!

  5. sergio ha detto:

    Ah..emerge anche il lato cannibalistico dell’eucarestia, cosa che avevo pensato solo superficialmente ed è scelta coraggiosa. Concordo sulle scene troppo leggere nel regolamento di conti finale, vista l’impronta splatterosa della puntata.

  6. sergio ha detto:

    Ghouli era poco più che mediocre, a parte la scena finale e il monologo davanti al corpo del figlio. Anche come case files. Ho votato comunque positivo per la recitazione e la forza di alcune scene, ma davvero per la faccenda di William ha superato ampiamente i limiti del sopportabile. Come dimostra il finale. Il torrone su questa faccenda, trita e ritrita che non porta da nessuna parte, Carter lo ha superato da un bel po’. Non so se ci sarà una nuova stagione ( io spero di no, in tutta sincerità..) ma se così fosse che si volti pagina, per carità.

  7. sergio ha detto:

    Vorrei mi si spiegasse che differenza c’è fra questo episodio e Home, osannato da molti in modo esagerato. Quello era un episodio francamente ridicolo, colmo di scene fini a se stesse e a buchi di sceneggiatura grossi come case ( una su tutte il sangue ancora fresco dopo giorni..) con violenze gratuite che volevano riempire situazioni imbarazzanti e non plausibili.
    Molto più di questo, rovinato dalla scelta dell’amazzone vendicatrice e dal finale frettoloso e buonista, scena della chiesa a parte. Quella da spessore ad un episodio non perfetto ma che calza alla serie ( cosa che Home non aveva per nulla.. )

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